Da Port Au Prince a Port Antonio

 

Venerdì, 14 Gennaio 1987

Lasciamo alla mattina presto Ibo Beach e ci dirigiamo a ovest attraverso il Canal du Sud verso l'isola di Grande Cayemite.

Quando costeggiamo, cerchiamo di fare tappe non più lunghe di 70 - 80 miglia, onde poter partire, navigare ed arrivare con la luce del sole.  Principalmente per poter vedere il paesaggio, ma anche per sicurezza.  Navigando di notte dovremmo stare molto più al largo per non urtare qualche scoglio, magari non segnalato sulle carte.

Non voglio neanche pensare a che cosa succederebbe al PH7 se dovessimo incagliarci o naufragare da queste parti.  Il PH7 abbandonato anche solo per qualche ora verrebbe spogliato e ripulito di tutto e non rimarrebbe che un guscio vuoto.  Con questo non vorrei scoraggiare futuri visitatori di terre lontane.  Basta usare buon senso e seguire i consigli di altre barche o persone che conoscono il posto.  Prima del nostro viaggio ci siamo informati sulla situazione a Haiti e, pur raccomandando prudenza, non ci hanno sconsigliato una visita.  E in verità, non abbiamo avuto nessun problema  se non  creato da noi.

Di giorno, quando c'è  bel tempo, la navigazione procede tranquilla.

Richard lava la catena dell'ancora, mentre Günter si spalma di crema abbronzante.

La navigazione prosegue con onde lunghe in direzione differente dal vento ed Eteri soffre molto il mal di mare, anche perchè si è dimenticata di appiccicare un cerotto dietro all'orecchio.

Alle 19 e trenta arriviamo in una grande baia con in fondo il paesino di Pestel.
Da lontano il paesino è incantevole, immerso in una lussureggiante vegetazione semi tropicale.

 

Appena ci fermiamo veniamo attorniati da molti ragazzini, ognuno con il suo mezzo.

 

Per ragioni di sicurezza e tranquillità ci ancoriamo un po' fuori.

 

Alcuni pescatori ci vendono delle aragoste, che prontamente vengono cucinate e divorate.

Purtroppo a me le aragoste non piacciono molto.  Non sono abituato a mangiare insetti.

Ognuno ha il suo modo per abbuffarsi...
ma anche Eteri non va pazza di aragoste.
Günter ha bisogno di molto spazio...

Franco non ci può credere... tutto per me.

Per Richard è una cosa molto seria.

E alla fine viene spazzato via tutto...

seguito dall'obbligatorio relax.

 

Ci avventuriamo per le vie del paese.  
Ma purtroppo anche quì la miseria, la sporcizia e il degrado si vedono dappertutto.
Franco incontra nel paese un francese, che vive quì da parecchio tempo, su una barca a vela.  Si autodefinisce sindaco del paese e il suo sogno è  fare di Pestel la Portofino di Haiti.

Chi vive sognando...

L'amico di Franco ha un piccolo ristorante, dove andiamo a cenare.  Il menù offerto è pollo e timballo di riso.  Ordiniamo ed aspettiamo, aspettiamo.  Finalmente la fame spinge Franco ad indagare in cucina e trova che tra cameriere e cuoche si sono mangiate il pollo, lasciandoci solo le ali.

Ci arrampichiamo sulla cima della collina dietro a Pestel per vedere il panorama.

  

 

Per andare a riva, per pescare o solo per fare una piccola escursione, il tender è molto apprezzato da tutti.

Un americano una volta mi disse che andando in barca la barca è la casa, mentre il tender è l'automobile.

 

Lunedì, 17 Gennaio 1987

Alle 7 e 30 lasciamo Pestel per affrontare la traversata che porta in Jamaica.  Dopo quattro ore di navigazione siamo al traverso di Jeremie per poi lasciare la costa di Haiti.  Il passaggio tra Haiti e la Jamaica non è molto lungo, solo un centinaio di miglia, ma troviamo mare mosso, con onde incrociate e quasi senza vento.  Il PH7 regge bene questo tipo di mare, meglio che il suo equipaggio.  

Durante la notte, mentre è al timone Günter , mi sveglio di soprassalto, sentendo che qualcosa non va bene.  Salgo in plancia e scopro che Günter , un po' per le onde, un po' per la stanchezza,  ha fatto fare al PH7 un giro su se stesso.  Niente di grave, ma per il resto del viaggio non glielo perdoneremo. 

 

Martedì, 18 Gennaio 1987

Finalmente, dopo una notte movimentata (nel log ho scritto "what a lousy night"), alle nove e trenta arriviamo a Puerto Antonio, dopo aver percorso 165 miglia.  Eteri, che come al solito ha sofferto il mal di mare tutta la notte e sembra in fin di vita, appena sente il rumore dell'ancora che scende si affaccia in coperta e chiede che cosa c'è da mangiare.  Che forza di recupero.  

Ci ancoriamo nella marina sulla Navy island, proprio di fronte a Puerto Antonio.  

A Cap Haitien abbiamo rotto il cavetto del cambio, e per fare manovra uno dell'equipaggio deve stare nel vano motore a comandare il cambio manualmente, secondo gli ordini che gli vengono dati dalla plancia.   Decidiamo unanimamente che tocca a Günter, per punizione del 360 gradi fatto la notte precedente.   Appena mollato l'ancora e gettato una cima di poppa sul pontile chiedo a Franco di dire a Günter di salire che avrei spento il motore.  "No", mi dice sottovoce Franco, "lasciamolo arrostire un poco".  Un cinque minuti dopo, con noi già rilassati e domandandoci se era il caso di festeggiare con un drink l'arrivo in Jamaica, sbuca la testa di Günter dal vano motore, incavolato.  "Allora, vi decidete o no di finire le manovre?"   

A Navy island ci aspetta una gradita sorpresa.  Il capo che dirige la marina è Burckhardt "Bogey" Klein, che avevo conosciuto insieme ai suoi genitori alle Bahamas.  Una ragione in più per festeggiare.

Per andare sulla terraferma dobbiamo usare il nostro tender oppure la barca che fa servizio a Navy island.  Questa piccola complicazione però ci assicura notti tranquille.

Navy island, negli anni quaranta era di proprietà di Errol Flynn, il famoso attore di Hollywood degli anni 40.  Nel 1986 vive ancora in Jamaica, a capo di una grande fattoria di bovini, la moglie di Errol Flinn, una simpatica signora che incontriamo per caso esplorando i dintorni di Puerto Antonio.

 

Ma anche nella paradisiaca marina di Navy island il diavolo, o meglio dei missionari, ci mettono lo zampino.  

Una mattina mi sveglio e vedo una piccola nave (meglio chiamarla bettolina) di circa 30 metri, in condizioni disastrose, ad una decina di metri da noi.  E tutto intorno a noi e sulla spiaggia nere macchie di gasolio vischioso come il catrame.  Oltre ad insozzare la spiaggia queste macchie galleggianti prima o poi avrebbero anche insozzato le pristine fiancate del PH7.

Vado a terra, cerco qualcuno della bettolina e gli chiedo, abbastanza incavolato, che cosa anno fatto.  Il tizio, che poi si presenta come il loro capo, fa finta di niente e nega che sono stati loro a causare l'inquinamento e nello stesso tempo mi racconta che sono dei missionari venuti ad aiutare i poveri Jamaicani etc. etc.  Gli dico che come prima cosa non dovrebbero insozzare ma rispettare la natura dei poveri Jamaicani.  Risentito il tizio continua  a negare la colpevolezza ed allora, per non iniziare l'ennesima guerra di religione vado a chiamare Bogey e gli racconto l'accaduto.  

Alcuni minuti piu' tardi Bogey mi conferma che la bettolina ha "per sbaglio" azionato una pompa di sentina, con il risultato visibile a tutti.  Il capo della missione giustifica che "non era al corrente" e che naturalmente avrebbero provveduto immediatamente a ripulire il tutto.  Anche perche' se non l'avessero fatto avrei chiamato la polizia Jamaicana.

Cosi' tutti i missionari si precipitano a riva a sotterrare catrame ed emulsificare con detergenti casalinghi le chiazze d'olio sulla superficie del mare.

 

A Puerto Antonio facciamo un poco i turisti.  

Puerto Antonio non è una meta del turismo di massa come potrebbe essere Ocho Rios oppure Montego Bay, ma è il luogo dove da molti anni sono state costruite ville e perfino castelli.

 

Uno dei piatti preferiti dai Jamaicani è maiale fatto al barbecue, che viene chiamato jerk pork.  Prima e durante la cottura la carne viene continuamente spalmata con una salsa che mi avvertono essere molto piccante. 

 Avendo vissuto in Messico ed essendo abituato al cibo piccante, non do' molto peso all'avvertimento e addento un pezzo di carne con molto gusto, dopo averlo intriso nella salsa.  Non l'avessi mai fatto, pensavo di bruciare vivo.  In più, scopro che la salsa è fatta da circa 20 ingredienti, molti dei quali piccanti ed appena un piccante molla un poco il bruciore ecco che subito incomincia a picchiare un altro ingrediente, più feroce dell'altro.  Non so per quanto tempo ho dato lo spettacolo del turista cretino, perchè in questi momenti si perde la nozione del tempo e l'unica preoccupazione è di sopravvivere, ma sembra interminabile.  Comunque, preso con dosi ragionevoli di salsa, il jerk pork è delizioso.  

 

Dopo tanto mare andiamo in spiaggia, e precisamente a Boston beach, famosa per le sue onde, dove alcuni si cimentano con il surf.
Richard in un batter d'occhio e' in acqua, 

mentre Franco e Günter hanno addocchiato una ragazza sulla spiaggia e per farsi notare Günter improvvisa uno spogliarello.

Franco decide su un'approccio piu' diretto, mentre Günter lo riprende con la sua cinepresa.

Indipendentemente dalla tecnica, i nostri novelli Casanova non hanno molto successo e si prendono un sonoro "vaffa'un ...", essendo la ragazza meta' italiana e alla loro insaputa, ha capito tutto il loro discorso.

Nel frattempo un Jamaicano assiste a tutta la scena divertito.

 

La vegetazione in questa parte nord est dell'isola e' molto lussureggiante.

Per vederla meglio abbiamo visitato un giardino botanico su una collina.

 

Enormi piante fiorite che spuntano dalla giungla e tappeti fioriti.
Perfino una piantagione di palme ha un aspetto molto florido.

 

Nel giardino botanico c'e' perfino una piccola caverna, che lascia Günter estasiato.

 

Un altro posto che visitiamo e' la blue lagoon, ad un paio di chilometri da Puerto Antonio.

E' una stretta cala, con dei colori del fondale bellissimi, che pero' purtroppo non riesco ad immortalare sulla diapositiva.
Su un lato della laguna si trova un bar - ristorante...

del quale naturalmente subito approfittiamo.

Tra una birra e l'altra ci ricordiamo di vari spassosi momenti della nostra permanenza come quando...  

Richard, con fare distinto cammina per Puerto Antonio quando un locale gli chiede:
"Hey man, something special?" alludendo alla ganja.
"No, no, no", gli risponde Richard con il suo fare molto British.
"Hey man, a girl?" insiste l'altro.
"No thank you" (pensando all'AIDS).
"Hey man, a boy?"
"Noooo"
Allora sconsolato gli dice:
"Hey man, no fun!"

Richard a questo punto non puo' che invitare il locale per una birra.

Oppure quando di sera Richard, Franco e Guenter vanno al Rooftop, il top night club locale, tutto Bob Marley. Seduti al bar vengono approcciati da due bellezze indigene una delle quali guarda Franco negli occhi e seriamente gli dice "hello", contemporamente prendendogli in mano, a mo di saluto, il pisello, tra lo sbigottimento dei due compari e gli sguardi poco rassicuranti degli indigeni maschi.

E' ora di pagare ed andarcene,
mentre sulla sua zattera di bambu' il sub locale rasta continua imperterrito a pescare di fianco al blue lagoon.

 

Come dice la scritta sul cappello, per il PH7 ed il suo equipaggio la Jamaica e' no problem.

Purtroppo tutto ha una fine e si avvicina un cambio di equipaggio.

Eteri ed io partiamo per una veloce visita negli Stati Uniti per ritornare con dei pezzi di ricambio per il cavetto delle marce e del pilota automatico.

 

Ci raggiungono Mario con sua moglie Lidia ed il loro amico Henner.

 
2003-12-06
ph7 header cruising.jpg
ph7  tappa 2a.htm